Intervista a Giona A. Nazzaro

La redazione del NewsLab ha avuto l’onore di intervistare il direttore artistico del Locarno Film Festival. Qui troverete le risposte alle domande che gli abbiamo posto e anche un video con i momenti salienti dell’intervista. Buon divertimento!

 Qui vous a inspiré ?

C’est une question très intéressante et la réponse change de jour en jour, mais disons que j’ai été inspiré par des films que j’ai vus quand j’étais enfant comme vous.  

 Quelle est le genre de musique que vous préférez ?

Le genre de musique que je préfère c’est le jazz, mais j’ai grandi avec le rock. Quand j’étais ado beaucoup de heavy metal et après est arrivé le funk, mais maintenant c’est le jazz.

Abbiamo visto che ha scritto diversi libri sul cinema di Hong Kong, come è nata questa passione?

La passione per il cinema di Hong Kong mi è venuta quando un mio amico a Roma doveva fare un trasloco e aveva un scatolone pieno di videocassette, che si usavano prima dei DVD blu-ray. Ero incuriosito e gli ho chiesto se potevo prendere delle cose. Fra tutte ne avevo notata una con degli ideogrammi in cinese: siccome non conosco il cinese ma ho una certa memoria visiva, mi sono reso conto che quella grafia corrispondeva a qualcosa che avevo letto. Quindi ho preso questa cassetta e l’ho portata a casa. L’ho dunque guardata e ho scoperto un regista che mi ha permesso di conoscere un intero territorio di cinema che non sapevo esistesse.

Quale genere di film si presenta più spesso durante il festival?

Il genere di film che si proietta più spesso è quello dei film d’autore. Con il tempo si tenta di rendere il palinsesto del Festival un po’ più vivace e presentare degli oggetti, dei film, molto diversi fra di loro.

Cosa voleva fare da piccolo?

Grazie per la domanda! Volevo fare l’attore perché pensavo fosse un mestiere facile, in cui qualcuno ti dice: “Mettiti un cappello da cowboy e fai finta di sparare a qualcuno”. Poi ho capito che non era così, che bisognava imparare un sacco di cose a memoria e a volte bisognava anche andare a cavallo: quella cosa mi sembrava un po’ complicata. Allora ho pensato di fare il pilota, però, siccome non sapevo neanche portare il motorino da piccolo, ho pensato che fosse un po’ fuori dalla mia portata fare il pilota. Poi, dopo che ho scoperto il cinema, ho pensato che avrei potuto fare il critico cinematografico, e mi è riuscito per un po’ di tempo. Infine, facendo il critico cinematografico, ho capito che mi piaceva lavorare nei festival.

Come riesce a scegliere i diversi film da proiettare in piazza?

È molto semplice: guardo i film con la curiosità di chi li vede per la prima volta. Se il film mi piace sinceramente, nel senso che se si tratta di qualcosa che guarderei anche a casa mia, la sera, dopo cena o durante la giornata, allora lo propongo al comitato di selezione (che è il gruppo di persone con il quale lavoro) e iniziamo a discutere. Quindi ascolto anche le loro opinioni. Ma, per rispondere brevemente, scelgo un film in base al divertimento, all’interesse che mi procura. Successivamente entrano in discussione altre considerazioni.

 Secondo lei, cosa potrebbe dare di speciale a questa edizione rispetto a quelle precedenti?

Non sono io che do qualcosa di speciale al Festival, è il pubblico che aggiunge qualcosa di speciale se trova nei film dei motivi di interesse che gli permette di divertirsi. Quindi funziona così: noi facciamo un programma, al pubblico piace, si entusiasma e rispondono, noi rispondiamo a questo entusiasmo. Quello che io vorrei essere riuscito ad aggiungere è uno sguardo più disponibile, più aperto verso un numero di forme cinematografiche più ampio.

Abbiamo notato che in un’intervista ha detto che vuole un festival “libero, inclusivo e popolare”. Che cosa voleva intendere concretamente con questa frase? 

Quello che volevo intendere è che un festival per essere tele deve essere libero: deve sapere interagire con il più grande numero di persone, storie, sguardi e linguaggi. Inclusivo significa che non si esclude nessuno per nessun motivo e che si tenta di dialogare con tutti, a prescindere dalla convinzione religiosa, dalla provenienza, dall’etnia e da tante altre cose. L’idea di popolare è molto importante perché oggi si tenta ad essere più populisti che popolari. “Popolare” significa che una cosa può piacere ad un grande numero di persone e allo stesso tempo essere ricercata, raffinata e anche intellettuale. Quindi lo sforzo che abbiamo tentato di fare con il comitato di selezione è stato di riuscire a parlare ad un gran numero di persone tenendo alto il livello delle idee e proposte filmiche.

Intervista a cura di Emma, Linde e Salomon